I nostri mari invasi dalla plastica. Non basta creare aree riservate, proibire di ancorare, fare finta di usare i depuratori. Anche i diportisti sono responsabili dell’inquinamento del mare

di Mario Oriani
Tirreno mare plastica

NAVIGHIAMO IN UN MARE DI PLASTICA

C’è voluto il rapporto “L’impatto della plastica e dei sacchetti dell’ambiente marino”, presentato in pompa magna al Senato a marzo, per far capire a tutti che il Mediterraneo, soprattutto il Tirreno, è un mare pieno di spazzatura, monnezza, inquinamento. Noi ce ne eravamo già accorti da anni, come chiunque naviga abitualmente nel Mare Nostrum. Ma i nostri appelli a favore di interventi urgenti erano rimasti lettera morta. Ora è allarme plastica per il Mediterraneo. Ci sono voluti dei dati choccanti per agitare le coscienze. Meglio tardi che mai, comunque. Ecco la drammatica situazione fotografata dalla ricerca realizzata da Arpa Toscana e Emilia Romagna con il contributo dell’istituto francese sullo sfruttamento del mare e l’Università belga di Liegi.

I DATI: 500 TONNELLATE DI PLASTICA NEL MARE NOSTRUM

In Mediterraneo galleggia un “mare” di 500 tonnellate di rifiuti di plastica, al vertice della classifica delle fonti di inquinamento solide con mozziconi di sigarette e bottiglie. Il rischio è che questa massa di plastica (soprattutto sacchetti) si possa unire creando un fenomeno come il famoso Plastic Vortex, una massa compatta semisommersa di plastica che naviga per l’oceano Pacifico con un’estensione di milioni di metri quadrati.

BANDIERA NERA AL NORD TIRRENO

La zona più colpita del Mediterraneo, secondo la ricerca, è nel nord Tirreno e al largo dell’isola d’Elba, nella zona che viene denominata, ironia della sorte, Santuario dei Cetacei. In quest’area la concentrazione di rifiuti plastici è di 892.000 frammenti per Km2, rispetto alla media mediterranea che è di 115.000.

LA PLASTICA E GLI ANIMALI

A dimostrazione della gravità della situazione per l’ecosistema c’è la terribile immagine del corpo inerte della balena spiaggiata lo scorso gennaio a San Rossore in Toscana riempito di sostanze plastiche e chimiche che probabilmente ne hanno causato la morte. Sono proprio questi filamenti di plastica derivata dai famigerati sacchetti il grande nemico dei mammiferi. Attratti dal loro colore spesso acceso delfini e capodogli ingeriscono la plastica scambiandola per un alimento: su 115 specie di mammiferi marini, 49 sono a rischio. Le tartarughe poi, muoiono dopo aver ingerito la plastica scambiandola per meduse.
MARE senza inquinamento da plastica
Quando le agenzie di stampa diffusero la notizia che nell’Oceano Pacifico era stata scoperta un’ isola di rifiuti di plastica, i grandi giornali di lingua inglese definirono con una certa ironia quella del Pacifico una “chiazza verdastra”. Sembrava che questa “americanata”, più di una realtà che denunciava un pericolo mondiale, fosse uno scoop speciosamente costruito. E invece era verità. A scoprirla era stato uno skipper statunitense che, in trasferimento da Los Angeles alle Hawaii per una regata, trovandosi in ritardo, decise di lasciare la rotta normale per una variante poco trafficata.

UNA DISTESA DI RIFIUTI NEL PACIFICO

Fu allora che, ad un certo punto, si trovò a navigare in mezzo ad una sconosciuta enorme distesa di rifiuti e bottiglie, bicchieri e sacchetti di plastica. Una sterminata isola galleggiante. Oggi è accertato che a crearla ed estenderla in Pacifico non sono soltanto gli equipaggi delle navi commerciali e delle petroliere, ma soprattutto gli scarichi delle navi passeggeri che, portati dal vento, confluiscono poi in altre zone. Questo prova che in mare l’inquinamento si può spostare dal luogo in cui si forma senza regole.

PLASTICA: UN ALLARME INASCOLTATO

Ma ritorno a quanto è scritto qui sopra, nel pezzo “Navighiamo in un mare di plastica”. Non fummo in molti a scrivere che si trattava di un “allarme rosso” e che la plastica, come se non bastassero tanti altri guai, era il più pericoloso e che si doveva, anche per quanto riguarda il Mediterraneo e segnatamente il Tirreno che, orgogliosamente ospita “il santuario dei cetacei”, porre mano a delle soluzioni. Ho letto su internet che qualcuno avrebbe pensato di affidare il compito ai pescatori con le reti a strascico. Voglio subito dire che mi sembra una bizzarra soluzione all’italiana. Ma ve li vedete i toscani pescatori che raschiano il fondo del mare e portano sui pescherecci la sporcizia e la plastica in un orribile pastone?

MISURE ANTI-INQUINAMENTO

LE RISERVE MARINE NON BASTANO

Che cosa si è fatto e si sta facendo per risolvere i problemi di inquinamento? Risposta: come primo presunto sbarramento, in Italia, ci sono una trentina di aree marine protette, come le “riserve indiane” che non servono o meglio servono a poco. Sono vere e proprie “isole” assediate dal grande mare inquinato. Ciascuna è indipendente e con un padrone diverso che le sfrutta per proprio conto affidando a carabinieri, guardia costiera, guardie forestali, vigili comunali, provinciali e via dicendo, che si comportano in modo differente l’uno dall’altro, come ben sappiamo noi diportisti.

Non è solo con le riserve marine, come quelle indiane,
che si risolve il problema dell’inquinamento del
Mediterraneo. Serve anche l’aiuto di noi diportisti

Nessuno dice di abolirle, per carità, ma di farne qualcosa di realmente strategico per avere un mare pulito. Non basta perseguire di prepotenza il diportista che vi entra e sosta, magari ignaro delle regole stabilite dal “padrone” locale, ma farne un elemento attivo partendo della difesa contro il grande nemico, appunto la sporcizia. Scrivo “uno” ma non l’unico.

INUTILE ACCANIRSI SULLE ANCORE DEI VELISTI

Altra domanda curiosa: perché perdere tempo a vietare o rendere difficili gli ormeggi con l’ancora davanti a tante coste, soprattutto nei golfi e golfetti, che fanno la felicità di chi va in barca? Mi sembra sciocco accusare le ancore dei diportisti di rovinare i fondali arando il fondo del mare. Non sono molto più pericolosi per l’ecosistema marino i perfidi sacchetti, i bicchieri, i piatti le bottiglie di plastica maledetta. L’ancora, per sua natura, non porta “rumenta” (come chiamano i genovesi la spazzatura). Pagando per attaccarsi ad una boa, si potrà però ormeggiare. Bella idea!

COSA MANCA: I SERVIZI ANTI-RIFIUTI NEGLI APPRODI

Bisogna riconoscere, invece, che è buona quella delle nuove regole che, finalmente, vietano l’uso anche a terra, di plastica inquinante, vera e propria nemica di un mondo vivibile. Altro elemento, sul quale insisto: decidersi ad attuare il piano dell’attrezzamento dei piccoli approdi con banchine mobili e servizi funzionali e funzionanti. E per servizi si intende anche quanto serve a dare la possibilità all’equipaggio di scaricare in sicurezza quanto, dalla toilette alla cucina, non si può trattene a bordo e molte volte finisce buttato in mare. Sembrava cosa fatta, ma poi la politica ha privilegiato altre cose e chi ne parla più? C’è un’altra cosa che bisogna fare, proibire ai paesi rivieraschi di utilizzare, anziché dei veri depuratori, i cosiddetti “tritamerda” che tritano i rifiuti e li scaricano lontano dalla riva.

mare senza inquinamento
ACQUA AZZURRA ACQUA CHIARA Mentre il Mediterraneo è a rischio spazzatura ai Caraibi l’inquinamento delle acque è ancora lontano. Qui siamo a Virgin Gorda, in occasione del raduno degli Swan dello scorso marzo con 100 barche presenti. Beati loro!

Nei mesi estivi, in certe località, quando ai residenti si uniscono i vacanzieri, vi auguro di non sentire la puzza. Il peggio tocca però a chi si ancora dove arrivano i tubi di scarico nascosti sul fondale e che non può sentire puzza e non si può vedere ciò che, abilmente, è reso impalpabile e invisibile e si fa un bagno in nell’acqua che appare limpida e pulita.

LA LUNGA VITA DEI RIFIUTI: UN MESSAGGIO PER I VELISTI

Ci sarebbero tante altre cose da dire, ma vorrei ricordare proprio quello che interessa personalmente ciascuno di noi che va in barca. Ecco quello che tutti dobbiamo avere ben chiaro: Quanto tempo impiegano i rifiuti a biodegradarsi? Chewing-gum: 5 anni; filtro di sigaretta: 2 anni; fazzoletto di carta: da 4 a 8 settimane; giornale: 6 settimane; rivista patinata: 10 mesi; barattolo di latta: 50 anni; contenitore di polistirolo: 50 anni; lattina di alluminio: 100 anni. Ho tenuto per ultimi la bottiglia e il bicchiere di plastica: 1.000 anni; sacchetto di plastica: 500 anni. Pur guidando vergognosamente la classifica non sono i soli responsabili del degrado marino del Tirreno.

ANCHE I DIPORTISTI SONO RESPONSABILI DELL’INQUINAMENTO

Riconosco, però, che anche noi diportisti abbiamo le nostre colpe per l’inquinamento dei mari, Mediterraneo, Tirreno e non solo. Se cominciassimo a non buttare in mare il mozzicone della sigaretta o un fazzoletto di carta , o l’acqua che ci è servita per lavare le stoviglie. Basterebbero pochi accorgimenti per rendere la vacanza in barca completamente ecologica, ma c’è una prima regola che, come “taglia la testa al toro”: NON GETTARE NULLA IN MARE. Mi rendo conto che chi mi legge può giudicare molto fastidioso andare in barca con tanti obblighi quando si è finalmente in vacanza, ma in realtà tutto questo fa parte di quello che il bravo diportista fa, o non fa, per salvare l’amato mare che, riconosciamolo, è malato grave.