Durante la regata Trieste-S. Giovanni in Pelago-Trieste, il Cookson 40 Marinariello ha perso il bulbo e si è capovolto di 180°. L’equipaggio è salvo grazie a dei pescatori croati. Ma infuriano le polemiche, l’accusa è di omesso soccorso per la barca Wops. La giuria li scagiona. Ma la Capitaneria vuole saperne di più

di Antonio Galassi

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ALL’INIZIO C’ERA BONACCIA Marinariello finisce la sua triste odissea e viene trainato a terra con un gommone (foto di Dario Malgarise). In alto, il Cookson 40 Marinariello alla partenza della regata nella serata del 18 settembre, in bonaccia prima dell’arrivo della sventolata sui 30 nodi .

Mare grosso, onde superiori al metro, pioggia battente, condizioni meteo in netto peggioramento. Il 12 metri Marinariello (un Cookson 40) durante la regata Trieste-S. Giovanni in Pelago (regata costiera di 84 miglia con partenza in notturna) improvvisamente perde il bulbo. Si stacca come uno stecchino da un ghiacciolo.

La barca si rovescia

La barca si rovescia istantaneamente, l’equipaggio di nove persone, miracolosamente (erano tutti in coperta,) riesce a risalire sull’opera viva. Sono momenti di panico. Una barca in regata si materializza nelle vicinanze di Marinariello, si tratta dell’open Wops. L’equipaggio si issa in piedi sulla carena della barca ferita, sventola le cerate rosse: “Wops ci ha visto, adesso arrivano”. La barca sopraggiungente non può non vederli, ma invece prosegue senza prestare soccorso. Il panico a bordo del relitto cresce. “Affonderemo?” Pensano.

L’inchiesta della Capitaneria

Per fortuna, dopo pochi minuti, un peschereccio croato arriva in loro soccorso, li trae in salvo. Tutto finisce bene. Ma le polemiche infuriano. Parte un’inchiesta della Capitaneria di Porto, la FIV (Federazione Italiana Vela) tace ma si vocifera il deferimento per i membri dell’equipaggio della barca che ha omesso il soccorso. Il comitato di regata è costretto ad aprire un’istruttoria e deve emettere un giudizio. Nasce un caso raro per i nostri mari, l’accusa di omesso soccorso ad una barca in difficoltà, con risvolti sportivi ma anche penali. Ma l’equipaggio della barca, Wops, accusata non ci sta e racconta la sua verità. Eccola dal racconto dell’armatore Roberto Lantier.

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Sopra, Wops, l’open accusato di omesso soccorso dall’equipaggio di Marinariello.

Come sono andate le cose secondo Wops

“Roberto Lantier e Bruno Spangaro, armatori dell’imbarcazione Wops ITA 14444, intendono chiarire l’episodio accaduto sabato 18 settembre 2010, che li vede, loro malgrado, coinvolti in prima persona. Erano circa le ore 10.30 del mattino ed avevamo appena doppiato il capo di Punta Salvore. Al timone della barca si trovava Roberto Lantier. L’imbarcazione procedeva con la randa rotta all’altezza della stecca, mentre il vento stava aumentando sempre di più. Abbiamo così deciso di virare e di entrare nella baia di Portorose dove il vento e i marosi diminuiscono, per poi, riparati dalla città di Pirano, ammainare la randa danneggiata.

“Abbiamo dato l’allarme”

Appena virato a mure sinistra, subito abbiamo notato uno scafo rovesciato, che prima risultava “coperto” dalle nostre vele, con due persone sull’opera viva. Abbiamo avvisato immediatamente via radio sul Canale 16 la Capitaneria di Porto di Trieste, dando loro il punto nave esatto dell’imbarcazione. Ci stavamo preparando per effettuare un’altra virata per andare a prestare soccorso alla barca quando abbiamo visto, proveniente da Pirano, quindi in favore di vento e onda, un peschereccio che a grande velocità stava puntando verso la barca. Tutto il nostro equipaggio ha incominciato a fare dei gesti con le braccia in direzione della barca alla deriva per indicare l’imminente arrivo del peschereccio.

“Anche noi abbiamo avuto un incidente

Poco dopo si è gravemente danneggiato anche il nostro fiocco olimpico il quale, stracciatosi in più punti, aveva danneggiato anche l’inferitura e risultava non più ammainabile. Con la randa e fiocco rotti eravamo senza possibilità di manovra. Le onde e il vento avevano incominciato a spingerci di nuovo verso Punta Salvore. Per altro anche il tentativo di accendere il motore ausiliario del Wops non è andato a buon fine. Le condizioni estreme del tempo avevano creato delle bolle d’aria nel circuito della nafta a causa delle carenate e del poco carburante a bordo. A quel punto in extremis siamo riusciti a liberare la prua, ad issare il Genova 4 e ad allontanarci dalla costa.

Un altro intoppo

Sembrava che la nostra situazione si fosse comunque normalizzata quando si è staccato dalla coperta il punto di mura del fiocco. Riparato alla meno peggio anche questo inconveniente, ci siamo assicurati con il cannocchiale che il peschereccio fosse presso l’imbarcazione rovesciata. Quindi abbiamo intrapreso la via del ritorno. Al momento dei fatti altre due imbarcazioni da regata ci hanno raggiunto e superato e possono confermare la nostra avaria. Comprendiamo perfettamente il dramma che ha vissuto il Marinariello ma noi abbiamo fatto tutto con coscienza marinaresca e rispettando il codice della navigazione.

Solidarietà all’equipaggio di Marinariello

Probabilmente l’equipaggio di Marinariello ci ha visti molto prima di quando li abbiamo potuti vedere noi. Erano coperti dalle nostre stesse vele e questo giustifica il loro stato d’animo. È palese che visti anche i danni da noi subiti l’importante a quel punto non era certamente la regata ma cercare di portare sia l’equipaggio che l’imbarcazione in salvo. In seguito abbiamo contattato telefonicamente lo skipper della barca affondata scusandoci di non aver potuto, per cause di forza maggiore, prestare materialmente il nostro aiuto. Alla prima occasione gli abbiamo rinnovato di persona la nostra solidarietà per la disavventura toccata a Marinariello”.

La Giuria assolve tutti, ma la Capitaneria indaga per omesso soccorso

Venerdì 1 ottobre la giuria della regata si riunisce. Gli armatori di Wops si presentano. Lo skipper di Marinariello Berti Bruss latita ma manda una lettera accusatoria, delegando il prodiere a discutere la protesta. La giuria respinge la protesta di violazione di soccorso (regola 1.1, parte 1, sicurezza, del regolamento di regata). In banchina a Trieste tutti avevano scommesso sull’assoluzione. Un maligno ha sentenziato: “Ma se il tempo era così cattivo come ha fatto ad arrivare, al traguardo della S. Giovanni in Pelago, Incubo con a bordo Fabio Schaffer e Maurizio Protti, una barca autocostruita di sei metri?”. Appendice: la Capitaneria ha richiesto al circolo organizzatore, l’Adriaco, via fax tutti i documenti presentati all’iscrizione.